Matteo Lampertico - Arte Antica e Moderna

Ferruccio Ferrazzi 'Opere scelte da una collezione'

Ferruccio Ferrazzi 'Opere scelte da una collezione'

Tuesday, October 16, 2012Thursday, November 15, 2012


Milan, Italy

FERRUCCIO FERRAZZI Opere scelte da una collezione a cura di Francesca Romana Morelli

La mostra, nata dalla collaborazione del gallerista milanese Matteo Lampertico con il romano Carlo Virgilio, presenta per la prima volta un nucleo di 20 opere di Ferruccio Ferrazzi provenienti da un’inedita collezione privata. Ferruccio Ferrazzi, uno dei maestri più complessi e longevi della prima metà del ‘900, è argomento della mostra “FERRUCCIO FERRAZZI – Opere scelta da una collezione” che si terrà a Milano dal 16 ottobre al 15 novembre 2012 e a Roma dal 20 novembre al 22 dicembre 2012.

Per la prima volta saranno presentati venti dipinti di Ferrazzi scelti dalla raccolta di uno dei suoi maggiori collezionisti, un uomo d’affari milanese, che amava raccogliere opere dell’ottocento, ma che rimase colpito dall’incontro con l’artista avvenuto poco dopo la fine della Grande Guerra, avviando così un fertile rapporto intellettuale e un profondo legame d’amicizia, proseguito fino agli anni cinquanta.

Animato da una natura speculativa, teso a cogliere lo spirito della contemporaneità e della storia a lui coeva, attraverso studi orientati in direzioni molteplici, Ferrazzi parte sempre dall’osservazione del proprio mondo affettivo e quotidiano. Assorto nella continua sperimentazione di tecniche, attraverso un’osservazione diretta dai maestri dell’antichità, dalla pittura pompeiana a Giotto, da Piero della Francesca a Seurat, cerca di mettere ordine, di seguire il filo della riflessione attraverso lo “specchio” concettuale dei suoi “Diari” e dei suoi “Quaderni della tecnica”. Le sue complesse iconografie, frutto di una tecnica atta ad esprimere una determinata situazione psicologica, sono trasfigurate da elementi ermeticofilosofici, come dimostrano alcuni dei dipinti in mostra.
In Horitia agli specchi (1925) la figura iconica della moglie è racchiusa in una sorta di “mondo prismatico”, che permette una visione simultanea della realtà, ma anche di risalire le fonti della tradizione artistica: dalle ricerche cubiste al Narciso di Caravaggio. Invece La tempesta (1931) costituisce una chiave esoterica e visionaria per penetrare il senso ultimo della storia e il suo travaglio. I soggetti iconografici di questi due dipinti, come anche dei quadri Il balletto (1919), La nuda ( frammento della Vita Gaia,1922), sono alla base del mondo poetico e mitico di Ferrazzi, per cui vengono ripresi nel tempo fino a tessere un’unica opera ideale, una lucida “visione prismatica” del lavoro dell’autore, ma anche del destino di un’epoca.

Curato da Francesca Romana Morelli, con la collaborazione dell’Archivio Ferrazzi (Roma), il catalogo contiene un saggio e le schede volte a ricostruire l’articolata storia dei singoli dipinti.

Ferruccio Ferrazzi (Roma 1891 – 1978).

Pittore, scultore, teorico. Nel 1910 espone alla Biennale veneziana. Soggiorna a Parigi e studia musica. In questo fase della sua formazione alterna opere di ascendenza cézanniana ad altre di influenza futurista. Conduce studi sui pittori del passato e sulle loro tecniche, in parallelo a quelli sul “vero”, che proseguirà per tutta la vita.
Nel 1916 alla Mostra degli Amatori e Cultori scandalizza la critica e il pubblica per l’allestimento della sua sala, concepita secondo una visione prismatica dell’ambiente, in cui i “frammenti” pittorici presentano delle ardue prospettive legate ai tagli sghembi dei supporti. Questa idea germinale di un’“opera d’arte totale” la realizza poi nel Mausoleo degli Ottolenghi ad Acqui Terme (1923-1954); mecenati che chiameranno a lavorare anche Arturo Martini e Marcello Piacentini.
Sempre nel 1916 accetta di lavorare a Montreux (Svizzera), presso un suo collezionista, che ha una straordinaria raccolta di espressionisti tedeschi. Nel 1923 la Biennale romana lo indica come un riferimento essenziale per le nuove generazioni. In Italia è tra i primi a dedicarsi ad opere su scala monumentale.
Divenuto una delle principali voci in questo campo, lavorerà anche nel Palazzo di Giustizia di Milano (1938-1939) e dell'Università a Padova (1941). Vince il prestigioso Premio Carnegie nel 1926 e viene eletto Accademico d’Italia nel 1933. Nel 1946 alla Galleria dell’Art Club alla San Marco espone delle visioni apocalittiche di Hiroshima.
Dagli anni Cinquanta vive prevalentemente nella casa di Santo Stefano sul monte argentario dove scolpisce Il Teatro della vita, un’opera su scala ambientale, testamento ideale del suo percorso esistenziale e artistico.